I 10 prodotti alimentari più importati in Italia dall’estero

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L’Italia è, da sempre, uno dei principali esportatori di prodotti alimentari di qualunque tipo – e non solo. Le eccellenze tricolore sono un must per chi ama mangiare bene e per chi gestisce attività legate alla ristorazione desiderose di utilizzare degli ingredienti celebri per la loro inconfondibile genuinità. Tuttavia, il Belpaese non è esente da quei flussi legati alle importazioni di articoli, prodotti e manifatture riguardanti il settore alimentare. Anzi, nel corso degli ultimi anni si è assistita aduna vera e propria esplosione in tal senso condita da alcuni pezzi forti che finiscono immancabilmente sulle tavole di qualunque famiglia.

Quali sono i 10 prodotti alimentari più importati in Italia dall’estero?

Nel paese del buon cibo c’è, quindi, una buona quantità di prodotti alimentari provenienti dall’estero. Stando a quanto affermano le rilevazioni annuali dei movimenti import/export, sono tanti i paesi dai quali l’Italia attinge determinate materie prime per trasformale o servirle alla sua popolazione. Francia, Canada, Germania, Canada, Ucraina, Brasile e Slovenia rientrano nel predetto elenco contribuendo persino all’affermazione di determinati marchi che sono ben noti ai più.

Ad ogni modo, entrando nel dettaglio della faccenda, si nota fin da subito che sono 10 i prodotti alimentari più importanti dalle aziende tricolore. Le carni ovine e quelle bovine recitano la parte del leone con percentuali di tutto rispetto ed una varietà pressoché sconfinata che interessa pecore, capre, manzo e vitello. Per quanto riguarda le carni suine e i salumi, si ha una leggera flessione dettata, in primis, da una tradizione italiana che sa ancora come proporre dei prodotti a dir poco eccellenti. In merito alla pasta, invece, c’è una preferenza per gli articoli di grano duro rispetto a quelli realizzati con il grano tenero, mentre con latte, formaggi e yogurt si tende a prediligere soprattutto le filiere locali.

Il pesce fa storia a sé poiché se si tiene conto di crostacei, molluschi e varietà ittiche, emerge una spesa che supera i quattro miliardi annui capace di coinvolgere una nazione che punta tanto su questo genere di alimenti come la Cina. Infine ci sono gli ortaggi, i quali vantano percentuali irrisorie se raffrontate alla mole di zucchine, carote, pomodori e cipolle ottenute periodicamente dai contesti agricoli dello stivale.

La ragione alla base di questa dipendenza alimentare dall’estero si regge su alcuni fattori. Il primo è l’abbattimento dei costi, sfalsati dalle regole ambigue del mercato globalizzato al fine di diventare alleati preziosi per chi opera al risparmio. Poi, c’è la questione relativa alle regolamentazioni, con l’Europa che ha imposto diversi paletti produttivi sia all’Italia che alle altre nazioni dell’Unione Europea.

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All’interno della vasta platea di prodotti alimentari di importazione appena descritta possono esserci delle lavorazioni che possono addirittura attentare alla vita di chi li assume. Non è, di certo, un mistero che Coldiretti abbia deciso di compilare una sorta di blacklist, per evitare episodi spiacevoli e conseguenze gravi su più fronti, partendo dai peperoncini piccanti della Repubblica Dominicana e dell’India, contenenti tracce di sostanze chimiche derivate dall’utilizzo di pesticidi irregolari. Le bacche di Goji provenienti dalla Cina sono sulla medesima lunghezza d’onda manifestando una pericolosità talvolta insospettabile. Lo stesso vale per il della Cina, il quale mostra cifre allarmanti relative alla presenza di sostanze tossiche come il buprofezin, l’imidacloprid e il lufenuron.

Se, invece, si vuole optare per del riso del Pakistan, allora è consigliabile preferire qualche brand italiano perché questo alimento risulta estremamente nocivo quando viene ingerito. Una propensione dannosa per l’organismo di qualunque persona che è riscontrabile persino nell’okra dell’India, nel dragon fruit dell’Indonesia e nei peperoni dolci dell’Egitto. Quest’ultimi, poi, nonostante una composizione alterata dai seguenti elementi tossici: flusilazole, clofentezine, propiconazole, propiconazole, chlorpyrifos e formetanate, sfruttano le massicce richieste nei loro riguardi mediante un regime agevolato a dazio zero – voluto proprio dall’Unione Europea.

Quindi, alla luce di quanto emerso sino ad ora, appare evidente che si debba avere un atteggiamento prudente verso determinati prodotti alimentari di importazione. Inoltre, se ci fosse una politica concreta per implementare ulteriormente il saldo fra produzione italiana e importazione, si potrebbero arginare svariati incidenti di percorso valorizzando come si deve colture agricole e apparati industriali locali.

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